Girotondo di economisti intorno al “Draghi Day”

La Banca centrale europea (Bce) è diventata a tutti gli effetti prestatrice di ultima istanza degli stati dell’area euro. Il peggio è ora alle nostre spalle. L’incertezza per una mutazione della crisi dei debiti sovrani in sistemica, come conseguenza di una possibile illiquidità degli stati, è ora completamente fugata. Così come quella spirale che caratterizza le classiche crisi di fiducia dove lo stato corre disperatamente dietro a una crescente spesa per interessi opponendosi con drastiche misure di austerità fiscale che, inevitabilmente, indeboliscono l’economia e portano alla fine solo alla resa.
10 AGO 20
Immagine di Girotondo di economisti intorno al “Draghi Day”
Così Francoforte, seguendo il modello della Fed americana, ha già fatto la storia
La Banca centrale europea (Bce) è diventata a tutti gli effetti prestatrice di ultima istanza degli stati dell’area euro. Il peggio è ora alle nostre spalle. L’incertezza per una mutazione della crisi dei debiti sovrani in sistemica, come conseguenza di una possibile illiquidità degli stati, è ora completamente fugata. Così come quella spirale che caratterizza le classiche crisi di fiducia dove lo stato corre disperatamente dietro a una crescente spesa per interessi opponendosi con drastiche misure di austerità fiscale che, inevitabilmente, indeboliscono l’economia e portano alla fine solo alla resa. Non si tratta quindi di un nuovo ruolo per le Banche centrali, anzi è vecchio quanto la nascita delle stesse. Non deve neanche sorprendere che questo ruolo si allarghi agli stati perché, come dice Walter Bagehot nel suo libro “Lombard Street” del 1873, bisogna prestare “a questo o a quell’altro uomo”, a chiunque si trovi a rischio di una crisi di liquidità. Gli stati non sono affatto differenti dagli altri debitori, perché anch’essi non hanno immediata liquidità per far fronte ai propri debiti. A maggiore ragione una loro eventuale crisi di liquidità è ancora più pericolosa perché, date le dimensioni, diverrebbe sicuramente crisi sistemica e metterebbe in pericolo l’euro stesso. Tuttavia, non c’è alcun dubbio che le decisioni di ieri daranno un aiuto diretto agli stati per ritornare su un percorso di sostenibilità. Ora tocca a loro fare i compiti a casa. La strada è comunque in salita anche per altri motivi. Bloccata la tempesta perfetta, ci vorrà ancora molto tempo per assorbire gli effetti sull’economia reale e la frammentazione sui mercati monetari. In ogni caso il processo di riduzione dei debiti pubblici e privati, già iniziato, sarà costoso. Infine, ci vorranno ancora molti sforzi per ridurre le disomogeneità strutturali dell’area euro. Però la giornata di ieri è già nella storia: Mario Draghi ha posto il primo tassello per la nuova Europa. (Testo raccolto dalla redazione)
Pierpaolo Benigno
Docente di Economia alla Luiss
Monti e i partiti preparino un piano per non farsi imporre nulla in più dall’esterno
Spero che un intervento del Fondo monetario internazionale in merito alle “condizionalità” evidenziate da Draghi come necessarie per accedere agli aiuti della Bce non sia un’aggravante ulteriore. Per quanto riguarda l’Italia, in caso di tale richiesta di aiuti, la speranza è che il nostro paese prenda ulteriori impegni di aggiustamento macroeconomico in autonomia e con il fermo impegno a metterli in campo a prescindere dal risultato delle elezioni dell’anno prossimo. Si potrebbe dunque stendere un memorandum che non sia imposto dall’esterno ma che riceva solo il sigillo da parte delle istituzioni europee. Il nostro, in questo senso, è un problema politico: se i partiti che sostengono il governo stilassero un documento in cui si impegnano – in qualsiasi caso – a proseguire il cammino delle riforme, e cercheranno anche tecnicamente di delineare strategie concrete per farlo, la situazione sarebbe ideale. La Spagna, ad esempio, pare che non abbia alternative a un intervento esterno. Il nostro problema, invece, è che abbiamo paura di questo “stigma” della richiesta di aiuto, pensando che sia un sintomo di debolezza. E’ anche questo che ha trattenuto altri governi, come quello greco in passato, dal richiedere un intervento. D’ora in poi sarà anche questo il nostro problema. Stavolta dobbiamo dimostrare di portare un progetto nazionale solido e fattibile senza guide esterne per dire che “sappiamo bene che cosa dobbiamo fare”. Ovviamente deve accadere prima delle elezioni, perché l’incertezza delle urne è molto forte, viste le spinte euroscettiche che potremmo vedere in campagna elettorale. E’ a questo punto che la Bce potrebbe intervenire. E’ una strategia che per giunta toglierebbe alla “condizionalità” quell’aspetto “umiliante” che le viene spesso attribuito. Per la tempistica della richiesta possiamo anche attendere, dopo la Spagna per essere chiari, ma non possiamo aspettare invece per costruire un nostro programma. Non sarebbe infatti tollerabile passare i mesi a venire nell’incertezza su quello che verrà. Dobbiamo mettere nero su bianco dei punti condivisi da tutte le forze politiche in campo. (Testo raccolto dalla redazione)
Franco Bruni
Docente di Economia monetaria alla Bocconi

Perché il piano di Draghi può funzionare meglio rispetto a quello di Trichet
In attesa di conoscere gli aspetti operativi del nuovo programma Outright Monetary Transaction (Omt), appaiono almeno quattro elementi di novità dopo le parole di ieri del presidente della Bce. Il primo è il segnale politico di una discesa in campo dell’Eurotower per ridurre l’incertezza sistemica che grava sul futuro dell’euro come moneta comune. Tale incertezza si riflette, da diverso tempo, sui rendimenti dei titoli di stato, anche italiani, e rappresenta una “tassa” (ingiusta) che i cittadini hanno sinora pagato agli investitori. Il secondo elemento è che, a differenza del precedente programma di acquisti (Securities Markets Programme, Smp) appena archiviato, gli interventi di Francoforte saranno, almeno teoricamente, illimitati, esercitando un potenziale effetto calmieratore sui rendimenti che il precedente programma non aveva ottenuto. Rispetto all’Smp, inoltre, la Bce sembra aver chiarito che rinuncerà alla condizione di creditore privilegiato. Proprio il timore di un trattamento discriminatorio tra Bce e investitori privati nel caso di una eventuale ristrutturazione del debito aveva in parte minato l’efficacia dell’Smp finendo con lo scoraggiare l’afflusso di capitali privati in contrasto con gli obiettivi stessi del programma.
Infine, l’ultima novità riguarda la definizione, in cooperazione con il Fondo monetario internazionale, di un programma di misure di politica economica al cui rispetto da parte del paese richiedente sarà subordinato il programma di acquisti. Anche questa volta, il diavolo si nasconde nei dettagli. La Bce segnalerà univocamente il carattere potenzialmente illimitato dei suoi interventi? In che misura la condizionalità concordata con il Fondo monetario internazionale sarà aggiuntiva rispetto agli impegni che i paesi beneficiari avranno già preso nell’ambito del Fiscal compact e del quadro comunitario? Cercherà la Bundesbank di fare melina minando l’attuazione dell’Omt? (Testo raccolto dalla redazione)
Domenico Lombardi
Senior fellow della Brookings Institution